Sul cibo si spendono ogni giorno fiumi di parole, alcune anche in contrasto tra di loro, ma su di una cosa non ci sono dubbi, il problema del mangiare è all’origine della riflessione sull’uomo e per questo motivo per la filosofia occuparsi di cibo è una cosa scontata. L’atto del mangiare è universale, e l’universalità è un tema caro alla filosofia, anche se è strettamente connesso con il corpo, aspetto, questo, che piace meno alla filosofia. A questo proposito si sono confrontate sempre due scuole di pensiero. Nella prima lo spirito viene contrapposto al corpo, nella seconda l’uomo è considerato anche come corpo e il cibo ottiene la sua rivalsa. Il tema del corpo è onnipresente nelle riflessioni di Feuerbach, autore de “Il mistero del sacrificio”, il cui sottotitolo, non casualmente, è il celebre motto “L’uomo è ciò che mangia”. Questa massima è intrisa di significati. Il cosa si mangia rende l’uomo ricco o povero, forte o debole, intelligente o meno, ben nutrito e in salute oppure malnutrito e soggetto a malattie, ecc., ma ci fa anche capire se l’uomo mangia da solo, in compagnia, con foga o con i lentezza, nel rispetto dell’ambiente, etc… Il cibo, nella sua semplicità e genuinità è quanto di più importante possa esserci, come ci ricorda Sartre quando diceva che l’uomo fa l’assoluto mangiando.
Quello che siamo, nel corpo e nella mente, lo dobbiamo a ciò che scegliamo per mangiare e a come scegliamo di nutrirci.
Insomma, la nostra relazione con il cibo è molto complessa e la filosofia può esserci d’aiuto nel rapportarci con gli altri esseri viventi, con i territori, con le risorse naturali, può servirci ad introdurre stile alimentari corretti, cambiamenti nella vita di tutti i giorni.
Come sosteneva il filosofo francese Derrida, la questione non è mangiare o non mangiare, mangiare questo, anziché quello, ma, nel nostro rapporto con il cibo, “la migliore maniera, la più rispettosa e la più riconoscente, la più adatta così a rapportarsi all’ altro e a rapportare l’altro a sé.”
